Roberto Burioni in collegio: “La scienza e le bugie”

Il 7 maggio scorso si è svolta presso la Sala Affreschi dell’Almo Collegio Borromeo la conferenza dal titolo “La scienza e le bugie” di Roberto Burioni, il celebre virologo che più volte ha difeso i vaccini e la necessità di renderli obbligatori.

I moderatori sono stati due alunni di medicina: Francesco Brucchi, alunno del Collegio Borromeo e Giuseppe Paolo Grieco, socio di Indiscienza e alunno del Collegio Ghislieri.

Burioni è professore di microbiologia e virologia all'università "Vita-salute" San Raffaele di Milano ed è responsabile di un laboratorio di ricerca immunologica per lo studio della risposta immunologica contro patogeni umani, messa a punto con farmaci basati su anticorpi monoclonali umani ricombinanti e l'utilizzo di strumenti molecolari per la diagnostica precoce di malattie infettive.

Da anni combatte per difendere l’assunto per cui “la scienza non è democratica” come suggerito dalle sue recenti pubblicazioni: nell'ottobre 2016 il saggio Il vaccino non è un'opinione, per smontare la tesi anti-vacciniste, con cui ha vinto il Premio Asimov 2017 per la divulgazione scientifica e nell'ottobre 2017 La congiura dei Somari. Perché la scienza non può essere democratica, edito da Rizzoli.

Sulla base di questi temi la conferenza è stata orientata verso un dialogo con gli studenti presenti in sala. Si è parlato molto di fake news, riportando esempi interessanti più o meno passati, fra i quali le varie convention di terrapiattisti. Come strumento di lotta è stato ribadito più volte lo studio, che se approfondito, riesce a comunicare le sue ragioni anche nel mondo digitale.

Secondo Burioni, infatti, la cultura ha bisogno di combattere dappertutto anche in quei luoghi insospettabili dal momento che proprio lì si annidano le degenerazioni delle conoscenze create a stampino con pochi click ma in grado di mettere in discussione decenni di ricerca scientifica. I dati parlano sempre e sta solo allo scienziato ascoltarli ed interpretarli.

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Coro del Collegio Borromeo: uno sguardo dall'interno

Pubblichiamo di seguito un elaborato da parte di un componente del Coro del Collegio Borromeo:

“In ritardo, come al solito! E ho anche dimenticato il raccoglitore dei canti!” penso, salendo a due a due i gradini della scala a chiocciola del San Giovannino per tornare in camera mia. Il Maestro ci aspetta puntuali alle 21: quando vado tardi in refettorio ho giusto il tempo di divorare un boccone prima di presentarmi in cappella, dove si terranno le prove della serata.

Ogni settimana da un anno e mezzo, infatti, tra quelle mura decorate di stemmi nobiliari risuonano le voci di noi ragazzi, collegiali e non, intenti a provare brani dai più diversi repertori. L’embrione del Coro del Collegio Borromeo risale in realtá ai primi mesi del 2017, quando una manciata di alunni desiderosi di mettersi alla prova nel canto furono affidati alle cure del Maestro Marco Berrini. Diplomato in Pianoforte, Direzione Corale e Composizione al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, Marco Berrini è un professionista di fama internazionale, che può vantare la direzione di innumerevoli formazioni corali e strumentali, tra cui spiccano l’ Ars Cantica Choir Consort, da lui stesso fondata, e il Coro della Conferenza Episcopale Italiana. La formazione di giovani cantori è sempre stata tra i suoi interessi principali, e lo ha portato alla fondazione della Milano Choral Academy nel 2010. Il nostro è ancora un coro alle prime armi, ma abbiamo la fortuna di avere come guida un Maestro fra i migliori. I frutti di questa scelta felice si sono potuti apprezzare di prova in prova e di concerto in concerto.

È proprio del prossimo concerto che il Maestro sta parlando quando arrivo in cappella e mi siedo al mio posto, vicino agli altri già sistemati per sezione, in semicerchio. Il nostro coro comprende quattro sezioni: tenori e bassi per quanto riguarda le voci maschili, soprani e contralti per quanto concerne quelle femminili; la maggior parte dei pezzi che cantiamo sono pensati per questo tipo di organico. Prima di scoprire i brani di stasera è però opportuno riscaldare la voce: per questo il Maestro, terminata la breve introduzione, ci propone alcuni vocalizzi. Le correzioni e i consigli non tardano ad arrivare, spesso sotto forma di metafora, in modo da risultare fruibili anche da chi, come me, non è esperto del linguaggio tecnico della musica. Rimango sempre stupito quando penso che proprio questa cura per il dettaglio è stata il motore del nostro miglioramento. Messi da parte gli esercizi di riscaldamento, passiamo alla lettura dei brani veri e propri: ciascuna sezione ascolta e riproduce la propria linea melodica fino ad impararla, poi le varie linee vengono assemblate poco per volta (per esempio provano una volta insieme bassi e tenori, la volta dopo si aggiungono i contralti) fino a ricavare la completezza delle quattro voci. Non è semplice come avrei immaginato anche solo due anni fa: cantare richiede una grande consapevolezza del proprio corpo, dal respiro al controllo dei muscoli, nonché attenzione nell’ascolto di tutti gli altri. Non ascoltiamo solo chi canta la nostra stessa parte, ma ognuno impara ad ascoltare ogni altra voce: ricordo bene il senso di vertigine che questo causava durante le prime prove!

Man mano che la serata procede, la fatica inizia a farsi sentire: nelle pause fra un canto e l’altro il Maestro coglie l’occasione per spendere qualche parola sul contesto storico e culturale dei brani che stiamo eseguendo, o per raccontarci episodi curiosi della propria esperienza di cantore e di direttore. In ogni caso, la stanchezza non può scalfire la meraviglia per quello che abbiamo sotto gli occhi, che stiamo plasmando e vivendo: l’esperienza del canto è l’esperienza di essere lo strumento, anzi di formare con gli altri uno strumento, suonato dai movimenti delle mani del Maestro. Nessuno di noi, per quanto abile nel cantare, potrebbe ricreare da solo una simile bellezza. E questa bellezza la porteremo con noi tra poco, una volta concluse le prove di stasera: riordineremo la cappella, ci daremo la buonanotte, saluteremo il Maestro, forse qualcuno si fermerà un poco a chiacchierare; ma, nel fare tutto ciò, l’armonia cui avremo prestato le nostre voci non cesserà di accompagnarci.

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D-Heart: la start-up borromaica in televisione

I borromaici Niccolò Maurizi e Nicolò Briante sono stati ospiti della trasmissione televisiva Il Posto Giusto, andata in onda domenica 29 Gennaio sui Rai3. I due giovani hanno presentato D-Heart, la start-up biomedica da loro fondata proprio dentro le mura del Collegio. D-Heart è il primo elettrocardiografo per smartphone che consente a chiunque di eseguire un ECG e di inviare i risultati al proprio medico di fiducia. La fotocamera dello smartphone guida l'utente nel posizionamento degli elttrodi che escono radialmente dal dispositivo, leggero e facile da usare. Al termine dell'operazione della durata di qualche minuto, l'ECG è dipsonibile in formato digitale sullo smartphone grazie alla comunicazione Bluetooth ed è pronto per essere inviato al cardiologo. 

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Workshop Arduino in Collegio Borromeo

Sabato 5 Marzo si è tenuto presso l’Almo Collegio Borromeo un workshop dedicato all’utilizzo della piattaforma Arduino e della scheda Genuino UNO, destinato agli studenti e agli ex studenti del Collegio. 

L’evento, organizzato dall’Associazione ex-Alunni del Collegio Borromeo, con il particolare contributo dei Fideles di Ingegneria Gian Paolo Incremona e Davide Capozzi, si è articolato in tre sessioni di lavoro tenute da Simone Majocchi, giornalista tecnologico, divulgatore di nuove tecnologie, protomaker ed parte del team ARDUINO.CC.

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Memorie d'Una Borromaica

Eʼ una mattina come tante, innumerevoli altre. Il sole si riflette sulle bianchissime pareti della sezione, qualche porta lontana si apre con un ronzio e uno scatto, la voce di Caterina sale dalle scale, la suoneria della signora Flores si allontana nel corridoio. Qualcuno ride.

Ma io non mi sveglio nella mia stanza. Il mio materasso è sul pavimento, tra quello di Marta “Impo” De Nitto e quello di Marta Giuca. Tutte e due dormono della grossa, ai piedi dei letti due bottiglie di Peroni e una di Tennents, vuote. Con gli occhi che lottano per richiudersi, mi alzo per tornare in camera mia: di lì a qualche minuto la riconsegna della stanza, come ogni anno, dunque devo sgomberare il bagno e gli ultimi scatoloni. La 39 mi accoglie, ostentando la cascata di luce mattutina che ha meritato, a questo lato della sezione, il nome che negli anni si è fatto definitivo: lato vita. Il lato opposto, quello che dà su strani vicoletti ombrosi e popolati da gatti loschi e vecchie placide, è quindi il lato morte, lato che il sole non raggiunge mai e dunque ben si presta ad alloggiare le schiere di borromaiche meno anziane.

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